Ricollocazione della “Struttura Simbolica” (Ovo di Gubbio)

Domenica 3 aprile la città di Gubbio ha reso omaggio a Mirella Bentivoglio mediante la ricollocazione dell’Ovo di pietra, la grande Struttura Simbolica realizzata nel 1976, e crollata in seguito al collasso della parte inferiore, avvenuto nel 2004. Una scultura alta 2,30 metri che era stata pensata e impiantata dall’artista nella piazzetta vicino al complesso di San Marziale, al margine delle mura urbane. Svoltasi alla presenza delle due figlie dell’artista, Leonetta e Ilaria, che hanno rappresentato anche la primogenita Marina, e di un nutrito pubblico che ha assistito all’evento inaugurale, la cerimonia civica è stata preceduta da una conferenza nella Sala trecentesca del Palazzo Pretorio. Nel corso dell’incontro è stato presentato un video, L’anima di una comunità tra identità e materia, con stralci di interviste rilasciate dall’artista, e molte testimonianze legate a Mirella e alla scultura che aveva consegnato alla città, e che è tornata sul suo piedestallo urbano nello slargo di via Appennino, grazie a una sentita e calorosa partecipazione locale dei cittadini e delle istituzioni. Rappresentati dal Sindaco, Filippo Maria Stirati, dall’Assessore alla Cultura Giovanna Uccellani, da Giuseppe Allegrucci e da tutti i membri dell’Università dei Muratori Scalpellini ed Arti Congeneri. Hanno partecipato inoltre il Presidente dell’ordine degli architetti di Perugia, Marco Petrini Elce, Leonardo Ceccarelli, Toni Bellucci, Paolo Cortese e tutti gli “Amici di Mirella” di Gubbio. Durante la conferenza si sono succeduti interventi molto interessanti, introdotti dall’Assessore Giovanna Uccellani.

Il Sindaco Filippo Maria Stirati ha ribadito la straordinarietà della scultura che ha saputo insediarsi nel territorio, ma anche nell’animo degli eugubini, facendosi spazio tra le compatte trame di una tradizione storica radicata, legata a Sant’Ubaldo, la festa della città di Gubbio, divenendo un toponimo di riferimento per la corsa dei ceri che in quel punto cominciano l’ascesa al monte. Leonetta Bentivoglio ha ricordato come sua madre condividesse l’interpretazione fornita dall’antropologo locale Giancarlo Gaggiotti sul miracolo di Gubbio, vale a dire che San Francesco avrebbe parlato con una lupa invece che con un lupo, e dunque con una prostituta: per questo il simbolo femminile dell’uovo collocato dall’artista potrebbe rappresentare una riconciliazione tra i generi in un contesto caratterizzato dalla presenza maschile, per via della tradizionale corsa dei ceri, nell’immagine benevola di una propiziatoria ritualità fertilizzante. Davide Mariani ha offerto spunti al pubblico illustrando una panoramica di lavori significativi appartenenti al percorso verbovisivo di Bentivoglio, e Ludovico Pratesi ha rintracciato l’ascendenza storica della genesi della scultura oltre che in ambito medievale anche nel rinascimento pierfrancescano, citando la Pala Montefeltro conservata alla Pinacoteca di Brera, con l’uovo di struzzo dai poteri autofecondativi: nel dipinto le fattezze di Maria, Madre Vergine, coincidono con quelle di Battista Sforza, moglie di Federico da Montefeltro, la quale riuscì solo dopo quattro figlie femmine a dare al Duca di Urbino, natio di Gubbio, il figlio Guidobaldo.

L’architetto Marco Petrini Elce, che ha seguito il progetto di restauro e di ricollocazione dell’Ovo, ha illustrato come tale intervento sia coinciso con una ricostruzione, secondo il procedimento dell’anastilosi degli antichi templi distrutti. Non è stato possibile impiegare esclusivamente i materiali originali conservati, ma il lavoro è stato realizzato alla presenza dell’artigiano dello scalpello Aleandro Alunno, esecutore materiale della realizzazione del ‘76. La guida dell’antico maestro è fondamentale per quell’indice di trasmissione ed eredità affidate alle nuove generazioni, come ha confermato Giuseppe Allegrucci, Presidente dell’università dei muratori eugubini. Petrini ha anche spiegato le migliorie tecnologiche apportate alla Struttura (in origine era stata realizzata prevedendo una durata temporanea), e ha svelato che all’interno dell’uovo è stato deposto un contenitore cilindrico con le informazioni relative alla prima e alla seconda costruzione, in grado di spiegare le criticità incontrate nel lavoro, e consentire all’uovo una concettuale e illimitata conservazione. A questa iniziativa pratica e funzionale, può essere addizionata una cifra davvero creativa: una consegna ai posteri come simbolo di eterno ritorno, di rinnovamento, della sorpresa contenuta nell’uovo che è la cellula depositaria della vita.

Durante gli interventi sono inoltre stati ricordati tutti gli sforzi e la partecipazione delle aziende e dei volontari che si sono prodigati nel sostegno di questo “cantiere a cielo aperto”. Sorprendente considerare come, a livello creativo, Mirella Bentivoglio sia stata una vera rabdomante del sentire collettivo. Si pensi a quello straordinario capolavoro dell’opera Fiore nero, dove l’elemento vegetale mancante nell’immagine e dichiarato nella didascalia, è stato letto, riconosciuto dall’artista nella sagoma stessa del corteo funebre: un “gesto poetico” sociale e spontaneo esibito nella corolla oscurata del fiore, che ha chiesto scusa alla natura per l’offesa inflitta dalla violenza razzista.

Anche a Gubbio, nella ricostruzione della Struttura, la memoria dell’artista è riuscita a creare una connessione tra tutti gli individui e le forze mobilitate intorno a questo progetto. Con una qualificazione appropriata al suo linguaggio espresso mediante simboli ed immagini archetipiche: “Commovente”. È così che Jung definisce la relazione con l’archetipo, “vissuta o semplicemente espressa”. “Essa agisce poiché sprigiona in noi una voce più potente della nostra. Colui che parla con immagini primordiali è come se parlasse con mille voci”. Non facendo capo a un sostrato psichico individuale, bensì a un inconscio collettivo, l’archetipo è un collante del nostro sentire comune. Al di là della dedica all’adultera lapidata, questa opera appartiene a tutti per la potenza generata dall’immagine simbolica e per i valori autosignificanti dell’armonia formale e della fusione con l’habitat architettonico. Collocandosi, inoltre, come ha sottolineato con orgoglio il Sindaco, nel cuore della tradizione eugubina.

Un monumento non è necessariamente un intervento sul territorio. Mirella Bentivoglio invece lo ha concepito espressamente per quel luogo e ne ha carpito e interpretato i valori paesaggistici e sociali. Non va dimenticato che lo stimolo è stato fornito proprio dalla tematica della Biennale della Scultura del ‘76, poiché Enrico Crispolti, critico sensibile all’animazione del territorio, curatore della manifestazione, aveva proposto di utilizzare anche materiali alternativi rispetto alla ceramica e ai metalli usati tradizionalmente, oltre a progetti di cooperazione che valorizzassero le realtà locali della città umbra. Così l’uovo, una forma che Mirella Bentivoglio adottava esplicitamente già dal 1971, assume una dimensione macroscopica e incontra lo spazio esterno, mediante un intervento di arte contemporanea che si inserisce senza cesure nell’ambiente storico, secondo un tempo più ciclico che lineare. L’architetto Petrini ha utilizzato proprio questo tipo di rappresentazione per legittimare la ricostruzione, una interpretazione assolutamente corretta, poiché il continuo senso di trasformazione assunto da Mirella Bentivoglio permetteva tra le altre cose di far convergere, attorno a una sua intuizione creativa, immagini, oggetti di diversa natura o appartenenza cronologica. È per questo che Mirella riusciva a citare opere d’arte altrui, prelevandole da secoli precedenti. Conosceva e ricorreva spesso a Piero, tanto che la Sacra conversazione di Brera, menzionata da Pratesi, era in realtà riprodotta per la realizzazione di un’opera, la Lapide al buco nero, tanto per la continuità formale quanto per l’universalità del simbolo.

Inoltre il filo con l’uovo appeso è da Mirella utilizzato espressamente nella scultura Hyper Ovum, dove è contenuto all’interno dell’uovo stesso, come segno di ciclico ritorno: la forma centrale è espansa nelle curvature delle parentesi lignee, esattamente come nel dipinto di Piero il perimetro dell’uovo è richiamato nel volto della Madonna al centro della composizione. A proposito del suo uovo di pietra, Mirella Bentivoglio scriveva che quei conci frammentati potevano suggerire delle direttrici di schiusa del guscio, e che la Stuttura Simbolica acquisiva contemporaneamente una immagine di “fragilità e fossilizzazione”. Il duplice carattere, transitorio e permanente, che lei ha ricondotto all’esistenza, e al divenire traccia, divenire memoria, divenire scrittura; ma che può essere una metafora stessa dell’opera d’arte, figlia del suo tempo ed eterna, transeunte e universale. Rosaria Abate